Lo scoppio del conflitto tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra sta avendo ripercussioni in tutta l’area mediorientale.
La situazione dei collegamenti aerei da e per i Paesi del Medio Oriente – così come nei corridoi Est-Ovest – è in continua evoluzione, e al momento risulta impossibile fare previsioni su quando si potrà intravedere una prima normalizzazione.
Domenica 1° marzo si sono registrati circa 5.000 voli cancellati a causa della chiusura degli spazi aerei in Iran, Iraq, Israele, Kuwait, Qatar, Bahrain, Siria, Emirati Arabi Uniti, Giordania e Libano.
Dal blocco mediorientale è scaturito un effetto domino sulle rotte intercontinentali: i collegamenti tra Europa e Asia vengono deviati lungo corridoi alternativi, in particolare via Arabia Saudita o attraverso il Caucaso. Gli scali del Golfo operano a regime ridotto o risultano temporaneamente isolati, con ricadute immediate soprattutto sui voli a lungo raggio.
A rendere la situazione dei collegamenti aerei ancora più complessa contribuisce anche il perdurare del blocco del corridoio aereo della Russia, che di fatto riduce attualmente il traffico disponibile a un corridoio e mezzo tra Occidente e Oriente.
A questo si aggiunge un’ulteriore incognita: nel caso di una chiusura degli spazi aerei anche in Afghanistan e Pakistan, la possibilità di volare dall’Occidente verso l’Oriente risulterebbe fortemente compromessa, con conseguenze significative sulle rotte intercontinentali, sui tempi di percorrenza e sui costi operativi delle compagnie aeree.
Secondo una prima stima, sarebbero oltre 50mila gli italiani presenti nell’area al momento dell’inizio del conflitto, mentre le operazioni di rimpatrio risultano particolarmente complesse a causa della chiusura di numerosi spazi aerei e della riduzione dei collegamenti disponibili.
La chiusura dello spazio aereo, inoltre, significa che molti aerei dovranno percorrere rotte di volo più lunghe, aumentando ulteriormente i costi operativi.